Il tempo continuava a passare, Iole aveva ricominciato a far su e giù da Pistoia tutti i santi giorni, e tutti i santi giorni pensava a Giorgio, lo amava ancora e non riusciva a dimenticarlo. Questo certo non l’aiutava. Non la poteva più aiutare neanche Erica, dato che Iole uscì sempre meno di frequente con la sua amica. Tornava subito a casa, appena finiva in posta. Pian piano smise anche di scrivere nel suo blog. Si stava chiudendo sempre di più in sé stessa, e un paio di settimane dopo, cadde in depressione. Non volle neanche andare dallo psicologo come le aveva consigliato suo padre, diceva che stava bene e che si sarebbe ripresa in fretta. Ma non fu mai così. Non si sollevò più da quello stato, e la ragazza che ora lavorava alla posta delle piccola frazione di Sambuca Pistoiese, non sembrava la stessa ragazza che ci lavorava due anni prima. I suoi occhi ora rispecchiavano il vuoto, l’infinito nulla, l’assenza di tutto. Se n’erano accorti tutti. Se n’era accorta anche lei. C’erano certe sere in cui gli attacchi di panico erano più pesanti e lei aveva paura. Non sapeva cosa fare; una sera delle più brutte provò a chiamare Giorgio, il telefono squillò, ma dall’altra parte non rispose nessuno. Dopo quella sera, andò dal medico, che le prescrisse dei farmaci, grazie ai quali riusciva a star meglio, seppur per poco tempo.
Giorgio l’aveva visto il telefono squillare. Aveva visto di chi era il numero. Ma decise di non rispondere, spense il telefono e si mise a dormire. Si era messo a fumare e, qualche volta, anche a bere. Fumava le sue Winston blu senza rendersi conto che lo faceva per sopprimere una voce della sua coscienza che cercava di dirgli qualcosa; e che lo faceva per cercare di colmare un vuoto enorme che la partenza di Iole gli aveva lasciato dentro, e che neanche Paola B. riusciva a riempire.
Era tornato a Sambuca stabilmente un mese dopo la partenza di Iole, per due mesi di riposo, dato che all’inizio della primavera avrebbe ripreso a fare tour e tutte le altre apparizioni. Per lui, in data 24 marzo, era previsto uno dei concerti più importanti della sua vita: si sarebbe esibito con Guccini all’ Olympia di Parigi, uno dei più celebri templi della musica, che aveva visto passare dal suo palco artisti come Edith Piaf, i Beatles, i Rolling Stones, Celentano; e questo Giorgio lo sapeva bene.
Ciò che non sapeva e che non aveva tenuto in considerazione, era che Guccini non viaggiava in aereo, ma sempre in treno e che avrebbero quindi dovuto fare tutto il viaggio in treno.
Iole era passata in breve tempo dal Diazepam, che ormai non le faceva più alcun effetto, al Prozac. Il suo medico, vista l’età di Iole, non le aveva detto che causava comportamenti suicidi se assunto prima dei 18 anni, e lei certo non aveva letto le avvertenze. Ma la maggior età, spesso è solo una formalità legale; e Iole era debole. In breve tempo arrivò dalla dose prescritta di 20 mg al giorno di gennaio, ai 100 mg al giorno di metà marzo, senza che nessuno, oltre a lei, lo sapesse. Come non aveva detto a nessuno che la sera di un insipido 11 febbraio le era caduto un bicchiere mentre lavava i piatti, e raccogliendo uno dei frammenti le era venuto l’istinto di farlo scorrere con forza lungo il suo polso indifeso. E per non pensarci, si aumentò la dose di Prozac. L’effetto fu, a sua insaputa, che le vennero sempre più frequenti le idee di suicidio causate dalla chimica dell’antidepressivo.
La mattina del 21 marzo, primo giorno di primavera, Giorgio si svegliò più elettrico ed eccentrico che mai. C’era il sole a Sambuca e doveva andare a prendere Guccini nella sua casa di Pavana, dopo pranzo, dopodiché sarebbero andati alla vicina stazione di Porretta Terme per prendere il treno Porretta-Bologna delle 14;22. Da lì, sarebbero poi partiti alla volta di Parigi dove il 24 li aspettava il concerto all’Olympia.
La stessa mattina, nello stesso piccolo paesino di montagna, lo stesso sole filtrava dalla vetrata della posta, e andava ad illuminare il viso spento di Iole. Alle 13 la posta era deserta, e Iole ne approfittò per tornare a scrivere nel blog, dove non scriveva da quasi tre mesi. Scrisse due post. Il primo, era una poesia:
Felicità mancata
vorrei essere
felice
con la semplicità del sole
che tramonta all’orizzonte
Il secondo, era un virtuale biglietto d’addio:
Ultimo post
Buongiorno mondo. Sono Iole. Torno a scrivere dopo una lunga assenza. Torno a scrivere per l’ultima volta. Vi scrivo per ringraziarvi, tutti. Tutti voi che avete letto i miei post su questo blog. Tutti voi che avete comprato e letto il mio romanzo scritto con Erica. Erica stessa. I miei genitori, che mi hanno sempre amata, che hanno fatto tanti sacrifici per me, che mi hanno pagato l’università. Facendomi ottenere la laurea inutile che mi ha fatto arrivare fino a qua, fino a questo paesino sperduto di queste montagne da favola, dove due anni e tre mesi fa mi sono innamorata. E dove ho perso il mio cuore. E senza il mio cuore io non riesco più a vivere. Mi sento un vegetale. Mi sento morta. Non riesco a pensare che ogni singolo respiro che faccio lo faccio solamente per un istinto di sopravvivenza fisiologico, e non perché ho qualche motivo o scopo ben preciso per farlo. Senza il mio cuore, senza la mia capacità di pensare, reputo che la mia esistenza sia ormai inutile. Non so se domani mi starò ancora chiedendo perché respiro.
Grazie ancora a tutti,
addio.
Iole Bianchini.
Così Iole, superate di venti minuti le 13;30 - orario di chiusura - a causa dei post, prese un’altra dose di Prozac, e chiuse la posta. Ma non tornò a casa. Mise in moto la macchina e principiò a fare la cosa che aveva già premeditato di fare da qualche giorno, e che in quell’ufficio postale era ormai sicura di dover fare.
Si diresse quindi verso la stazione più vicina, che era quella di Porretta, che dista circa una decina di chilometri da Sambuca. Andava piano, perché il potente farmaco le rallentava, e non poco, i riflessi. Percorrendo la porrettana, prima di lasciare il confine toscano per quello emiliano, passò davanti ad un vecchio, ma simpatico affresco sulla facciata di una casa, e pensò a quella volta che l’aveva visto con Giorgio andando a Bologna, e a quanto si fossero divertiti dibattendosi su cosa rappresentassero i personaggi di quel disegno.
Due minuti prima, per la stessa strada, era passata anche l’Audi A6 che vedeva al suo interno Giorgio e Guccini. E Giorgio, passando davanti allo stesso affresco, pensò alla stessa cosa che aveva pensato Iole; e si accese subito una sigaretta.
Arrivata nel parcheggio della stazione, Iole spense la macchina, inserì la prima e tirò il freno a mano. Fece un respiro profondo e, presa la borsetta, ne tirò fuori il contenitore del Prozac. Ne ingerì altre sette capsule, sforando pericolosamente il limite, tenendo conto che ogni capsula equivale a 20 mg. Totalmente interdetta, vaneggiando con la vista che cominciava a sfuocarsi mano a mano che il farmaco raggiungeva i suoi neuroni, si diresse verso la stazione.
Giorgio aveva già parcheggiato, e in quel momento stava facendo il biglietto con Guccini.
Iole entrò in stazione e andò verso i binari. Poi percorse il marciapiede per tutta la sua lunghezza, oltrepassando i bagni e arrivando fino a dove finisce il cemento lucido e inizia la ghiaia. In quel punto un treno ha già iniziato a frenare da cento metri, ma ha ancora una velocità considerevole di 80 Km orari. Iole lo sapeva.
Nel mentre, dall’alto una voce annunciava che “Il treno 6382 proveniente da Pistoia è in arrivo al binario 1”. Nello stesso momento, i due cantautori si erano posizionati poco prima dei bagni della stazione per fumare l’ultima sigaretta prima di salire in treno. Mentre Guccini spegneva il mozzicone della prima e ne iniziava una seconda, Giorgio aveva notato la sagoma di una ragazza col cappuccio della felpa alzato sulla testa, al limite del marciapiede, che gli dava di spalle. Era a circa a quaranta metri da lui, e aspettando che si voltasse per vederla in volto, cominciò a fissare quella sagoma magra e un po’ ricurva, cercando di capire perché fosse in quel punto, così, ferma immobile.
Tempo dieci secondi e la ragazza si mosse, mentre dal poco lontano orizzonte arrivava il treno proveniente da Pistoia. Giorgio la osservò dapprima curioso, poi preoccupato quando vide che stava per spostare il suo piede destro dalla linea gialla alla ghiaia oltre il marciapiede, verso i binari.
Anche Guccini se ne accorse ed esclamò subito uno spontaneo “Guervda quel, oh, oh!”
Il treno era ormai poco lontano, e la ragazza aveva messo tutti e due i piedi oltre il marciapiede, ed era ormai in mezzo alle due rotaie del binario 1.
Giorgio, avvicinandosi quasi correndo, gridò:”Levati di lì, sei pazza, sta per arrivare il treno!” ma la ragazza, restò di spalle, immobile tra le rotaie, come non avesse sentito.
Allora Giorgio, sperando che quel gesto eroico venisse immortalato da qualcuno, si mise a correre e bruciò in uno scatto i venti metri rimasti tra lui e la ragazza; dopodiché, tra lo stridore assordante dei freni del treno in arrivo, si gettò e abbracciando al volo la ragazza di spalle, atterrò di peso con lei, poco oltre la rotaia del primo binario, a un soffio dal passaggio del treno.
Mentre il treno continuava a passare, lasciò scivolare la ragazza a terra senza guardarla, e restò disteso sul ghiaione, con gli occhi rivolti al cielo, fino a che quasi tutti i vagoni non furono passati innanzi.
Mentre passavano le ultime tre carrozze, si mise in ginocchio e cercò di voltare la ragazza, che giaceva a terra su un fianco, dandogli ancora una volta le spalle. Quando la voltò, gli prese un colpo e cacciò un urlo che non riuscì a trattenere, nel vedere che quella ragazza era Iole.
Iole restava ferma, non parlava, guardava il cielo quasi senza battere le ciglia.
Giorgio la mise in ginocchio, al suo pari, sollevandola delicatamente dalla schiena. “Iole, Iole.. ma che cazzo stavi facendo!” lei lo guardava ma non rispondeva. Lui le prese le spalle e la scrollò quasi a voler farle prendere coscienza, e nel mentre ripeteva, con un nodo alla gola, all’infinito il suo nome.. “Iole.. Iole..”.
Iole ora non guardava più Giorgio, ma teneva fisso il suo sguardo spento verso un punto indefinibile nell’infinito. Era ormai in overdose, ma questo Giorgio non lo sapeva. Tutt’un tratto, smise di scrollarla, e abbracciandola dolcemente in vita, scoppiò a piangere tra il suo seno, come non aveva mai fatto prima da quand’era bambino.
Smise di piangere, lasciò Iole e si alzò in piedi, solo quando i soccorritori del 118 chiamati dalla folla di curiosi la misero in una barella arancione e la caricarono nell’ambulanza, portandola al vicino ospedale di Porretta. Giorgio si era reso conto, mentre la caricavano, che l’unica cosa che le era rimasta di vitale in quel momento, era il respiro, e fu preso da angoscia quando la prima veloce diagnosi dell’uomo che l’adagiò in barella fu “Overdose, è in overdose, via, corri in rianimazione!”
Se Guccini restò sgomento, Giorgio era semplicemente sconvolto.
Il destino li aveva fatti rincontrare proprio nel momento più importante per Giorgio e più oscuro per Iole. Ma per Giorgio non era più semplice destino, e da quella sera, ripresosi dallo shock, cominciò a credere in Dio, accantonando per sempre tutte le spiegazioni scientifiche che cercavano di spiegare l’assurdità apparente di questa scelta.
Passò le due notti e i due giorni successivi nell’ospedale di Porretta. Aveva capito che il suo posto era di fianco alla donna che amava davvero. Per starle vicino, mandò all’aria il concerto all’ Olympia. Insistette perché ci andasse Guccini, ma nemmeno lui se la sentì dopo quel che era successo.
Il mattino del 24, verso le 10, Iole si riprese, e sebbene fosse ancora debole, a Giorgio venne permesso di entrare nella sua stanza.
I loro sguardi si incrociarono, come quella mattina al bar di fronte alle poste, mentre bevevano il caffè. Giorgio camminò verso Iole in silenzio, e senza parlare, la abbracciò delicatamente.
“Guarda un po’ chi c’è.. Ciao stronzo!” Disse lei con un filo di voce.
“Iole. Ehhh, non so da dove cominciare, io... Scusa... non pensavo che...”
“Deh, c’è poco da dire, uno stronzo sei. Un grandissimo stronzo. E io scema a star male per colpa tua. E con questo s’è detto tutto.” – “Mi hanno detto che sei stato proprio te a salvarmi.. che culo eh?! Di un po’, stronzo.. perché l’hai fatto?”
“Ma che domande sono, ma sei scema? Iole.. stavi per finire sott’ al treno.. secondo te io che ero li vicino ti lasciavo lì? Ma io neanche sapevo che eri te.. ma ti rendi conto? Iole, io credo che...”
“Davvero toccante.. Certo.. Senti so che devi tenere il concerto più importante della tua vita stasera alle nove, quindi adesso che hai visto che sto bene, vai al Marconi, prendi il tuo aereo per Parigi e levati di culo.. che sennò arrivi in ritardo dai tuoi cari fans...”
“Il concerto è già stato disdetto. Non sapevo quando ti saresti ripresa, e dovevo starti vicino. Io ti amo, Iole”
“Balle, sei uno stronzo! Sono solo balle.. Tu non mi ami ‘na sega!”
“Te lo giuro.. Anche se.. Dio.. Sei quasi dovuta finire sotto un treno perché io lo capissi...” E scoppiò a piangere, un’altra volta, coricandosi tra le sue braccia. E mentre continuava a piangere, lei lo baciò.
Il bacio durò poco, interrotto dall’infermiera che fece capire a Giorgio che doveva uscire, perché Iole doveva riposare.
“Torno a trovarti stasera..”
“Dovrei spaccarti la faccia.. e invece ti bacio.. Che grulla.. Ciao stronzo!”
Iole tornò a dormire serena, avendo riacquistato una tranquillità che neanche dalle cure mediche e dai farmaci somministrati dai medici bolognesi aveva saputo ottenere.
Nel giro di poco tempo, migliorò sorprendentemente, e venne dimessa.
Così, in un giorno di Maggio, in piena primavera, mentre una leggera brezza accompagnata dal sole faceva fluttuare nell’aria i capelli color oro di Iole, Giorgio la riaccompagnò a casa.
Nella loro casa, a Sambuca.
Giorgio smise ben presto di fumare, e l’ansia, la depressione, il Prozac, erano per Iole ormai solamente dei ricordi lontani, dimenticati in un batter di timbro postale.
Da quella primavera, iniziò per Giorgio e Iole un nuovo periodo, una nuova vita.
Giorgio, nonostante avesse rifiutato all’Olympia, proseguì con la sua attività artistica, spinto da Iole, che da allora, lo seguì in tutti i suoi concerti, anche se cominciò a viaggiare sempre meno, per starle vicino nella loro casa tra le montagne.
Intanto, il romanzo di Iole scritto con la sua amica era esploso fino ad entrare nella classifica della top ten dei libri più venduti in Italia.
Questo la spinse, la primavera successiva, a scrivere da sola altri romanzi, altri libri che diedero finalmente un senso alla sua laurea. E che le permisero di lasciare le poste, per dedicarsi totalmente alla scrittura e ad Enrico, loro figlio, nato tre anni dopo il suo secondo e definitivo trasferimento a Sambuca Pistoiese.
A lui Iole dedicò uno dei suoi libri che ebbe più successo, finito di scrivere due giorni prima che nascesse: “Montagne di vita” che altro non era che la storia di Giorgio e Iole romanzata, fino alla sua nascita. Ma mai nessuno, a parte Giorgio, Iole e pochi altri, lo seppe.
Altre primavere passarono poi a Sambuca Pistoiese per Giorgio e Iole. Piene di serenità, e di gioia di vivere, data anche da Enrico.
Altre primavere dovranno ancora passare, e passeranno con la stessa serenità, che Giorgio e Iole hanno imparato a coltivare. Ma ciò che deve ancora venire, è un’altra storia.
... E andarono a prendere il loro caffè. E Parlarono. Ma non abbastanza.
Già, non perché non ne avessero avuto il tempo, ma perché due minuti dopo aver bevuto a piccoli sorsi e in sincronia, incrociando più volte i loro sguardi, il tiepido caffè del bar di fronte alle poste, proprio mentre la loro conversazione si spostava dalla reciproca passione per Guccini alla reciproca voglia di conoscersi meglio, Iole vide che una ragazza bussava impazientemente alla porta del piccolo ufficio postale guardandosi intorno, avendolo trovato chiuso.
“Ma ‘sta qua doveva arrivare proprio adesso?” Fu questa la spontanea frase di Iole che mise fine alla loro conversazione; si scambiarono così velocemente i loro numeri, si promisero di rivedersi al più presto e si salutarono con due rapidi baci sulle guance.
La ragazza pensava tra sé e sé che Iole fosse il classico stereotipo di lavoratrice postale, che non faceva un cazzo e andava al bar chiudendo la posta, mentre lei aveva fretta . E dalla fretta neanche pensò che Gino non c’era più e che Iole era nuova. E giovane, come lei. Disse solamente: “Devo mandare questa raccomandata”, agitando in un ticchettio ansioso i polpastrelli delle sue dita sul banco metallico di fronte a lei, che tradivano la sua fretta e la sua agitazione. La ragazza se ne accorse e per non farlo notare aggiunse :“Scusa ma lavoro per il geometra Lelli, qui a 50 metri, sono la sua segretaria, e come al solito ha sempre una certa fretta.. Sai.. Sistema questi fogli, porta al catasto ‘sti mappali, e così sono sempre di corsa pure io”.
Iole pensò che aveva appena lasciato una bella conversazione per ascoltare quella di una segretaria frustrata dal proprio lavoro, e che non ne aveva voglia. Ma pensò che in fondo era grazie a lei se si sarebbe rivista con Giorgio per un caffè extra-postale, e che l’attesa per quel momento le provocava una piacevole sensazione, cosa che non le capitava da un po’. E pensò anche che la ragazza era giovane, come lei.
“Scusa se ti ho fatto perdere tempo allora, chissà che cos’avrai pensato quando mi hai visto uscire dal bar.. Ma è stata un’eccezione, giuro! Qui io ho fatto, sono tre e novanta!”
La ragazza che aveva abbandonato il suo disappunto iniziale e il suo ticchettare di dita, si rese conto che Iole era giovane, come lei, e che avrebbe voluto mandare a quel paese il Sig. Lelli, che la riempiva di ordini, per intrattenersi di più con quella persona di là dal vetro che aveva una tale serenità da essere quasi contagiosa; forse perché lei il suo lavoro se lo gestiva da sola, dentro a quel piccolo ufficio postale.
“Ma no figurati. Anzi a me non me ne fregherebbe proprio un bel niente, e starei ben più volentieri qua a parlare con te, ma l’emerito signor geometra appena ritardi di cinque minuti inizia a sbuffare e a diventare odioso.. Quindi è meglio se scappo” – “Comunque io sono Erica, ci vedremo spesso io e te con tutte le raccomandate che devo mandare..”
“Iole. Io mi chiamo Iole, piacere. Beh, Erica, mi troverai sempre qua! Promesso”
Due giorni dopo, Giorgio e Iole erano usciti insieme in un altro splendido pomeriggio di sole, e in un bar di Pavana, senza aspettarselo, incontrarono Guccini che comprava le sigarette, sicchè Iole poté realizzare il suo sogno di conoscere di persona il suo cantautore preferito.
La mattina del giorno stesso, tornò in posta Erica, e da quella mattina ci tornò, per conto del geometra, sempre con la stessa regolarità; ma, nonostante le due ragazze si fossero ormai simpatiche, non avevano mai occasione di parlarsi per più della durata di un timbro postale. Fu per questo che qualche settimana più tardi, in previsione anche del trasferimento permanente di Iole, che a Sambuca non conosceva nessuno a parte le vecchiette della pensione, Guccini, Giorgio, ed Erica, le due ragazze decisero di uscire in un giorno libero. Fecero un giro a piedi, in una piccola frazione di Sambuca vicina a Pavana, andando in cerca di un appartamento per Iole, che ormai era sempre più stanca di far su e giù da Pistoia tutti i giorni. Ne avevano trovati un paio di interessanti, ma, nonostante la primavera fosse ormai alle porte, faceva ancora un certo freddo, e le due ragazze si rifugiarono in una piccola osteria dove aleggiavano nell’aria il fumo dolciastro di tabacco uscito dalla pipa di un vecchio al bancone, e il simpatico dialetto toscano, con qualche influsso emiliano, che l’oste parlava pacatamente col fumatore.
In quell’ambiente fuori dal tempo, le due ragazze parlarono a lungo, e scoprirono di avere le stesse passioni, e gli stessi sogni. Uno tra tutti la passione per lo scrivere. Fu così che Erica decise di condividere il blog che aveva aperto da qualche tempo con Iole, per rendersi conto di quanto se la sapesse cavare con la tastiera del pc.
Ma il problema dell’appartamento cessò di esistere, tutto d’un tratto, dopo qualche giorno. Già, perché dalla volta in cui Giorgio e Iole incontrarono Guccini a Pavana, continuarono ad uscire insieme, e sempre più frequentemente; rendendosi conto, volta dopo volta, che si piacevano davvero e che passavano insieme sempre più tempo perché avevano molto da condividere l’uno con l’altra.
Si erano innamorati. E sentivano entrambi che questa volta, dopo varie esperienze che li avevano portati lì, in quell’ufficio delle poste sperduto tra i monti toscani, questa volta era la volta giusta.
E dopo neanche quattro mesi che si conoscevano, in uno dei primi giorni di primavera, Giorgio fece a Iole la proposta di andare a convivere con lui. Proposta che lasciò Iole senza parole, perché non se l’aspettava affatto e perché non si sentiva ancora pronta per un passo così importante. Ma, spinta da ciò che provava per Giorgio e dalla sua voglia di trasferirsi, accettò la sera stessa.
L’indomani mattina in posta, anche se, al solito, andava di fretta, Iole dovette per forza dirlo ad Erica, che un mese più tardi, dopo aver visto che quella di Iole non era solo una passione, dato che scriveva davvero bene sul suo blog, decise di proporle di realizzare uno dei loro sogni comuni: scrivere un romanzo. Iole, più entusiasta che mai, accettò ben volentieri la collaborazione.
La primavera passò veloce e felice negli occhi di Iole, e insieme all’estate successiva fu uno dei periodi più belli della sua vita. Nell’estate infatti finì il romanzo scritto a quattro mani con la sua amica, che venne pubblicato poco dopo, e Giorgio ottenne il contratto tanto sperato con la EMI.
Giorgio e Iole erano felici, e il tempo tra i monti di Sambuca passò leggero fino alla primavera successiva. Era ormai passato un anno, che per Iole fu fantastico, tant’è che già cominciava a fantasticare su come sarebbe stata la sua vita da mamma. Già s’immaginava tra qualche anno, nella splendida cornice dell’ Appennino con Giorgio e il loro piccolo stretto tra le sue braccia.
Ma di lì a poco, Giorgio, per contratto, cominciò a girare per tutta l’Italia, sia per promuovere il suo disco, sia per tenere i suoi concerti; spesso e volentieri, faceva anche da spalla a Guccini nei suoi spettacoli, e per lui questo era il sogno più grande della sua vita che si realizzava. Un sogno a cui teneva più di qualsiasi altra cosa al mondo. Nel giro di qualche mese, divenne famoso, tant’è che i suoi singoli cominciarono anche ad essere passati dalle radio nazionali.
Così dal mese di Maggio Giorgio cominciò ad essere sempre più assente da Sambuca, lasciando Iole da sola. Le disse che era solo una cosa passeggera, solo un periodo che doveva passare per forza di cose, per promuovere il suo disco. Ma non era vero. A Giorgio piaceva quello che stava facendo ed era quello che aveva sempre voluto fare fin da bambino. E fino ad ottobre tornò sempre meno spesso da Iole, che a volte lo seguiva nei suoi viaggi, ma non era certo la vita che voleva fare con Giorgio. Giorgio che adesso era un personaggio importante, che aveva già un suo soprannome artistico.
Quello fu uno dei periodi più brutti della vita di Iole, che di tanto in tanto si consolava pensando al romanzo, che era uscito dalla Toscana e stava vendendo copie anche nel resto d’Italia. Ma a lei non interessava più neanche del libro. Sentiva che quello che per lei era più importante si stava allontanando poco a poco. Da lei e dai monti che aveva imparato ad amare ormai da quasi due anni.
E proprio in una tappa del suo tour in cui Iole non lo aveva seguito, Giorgio conobbe nel post-concerto Paola B., una bellissima ragazza che stava emergendo nella tivù come valletta di un quiz televisivo, e le piacque subito. Con lei passò tutta la notte.
Con lei tradì Iole.
Iole che gli chiese, al ritorno dall’ennesima tappa, dall’ennesima snervante assenza, di parlare seriamente della situazione che ormai da troppo tempo la faceva sentire sola e le faceva fare brutti pensieri.
Giorgio cercò di evitare, ma si rese conto che era da mesi e mesi che non parlava seriamente con Iole, e si confrontarono. Iole gli chiese, in nome del loro amore, di essere più presente e di smettere con le assenze eccessive. Era ragionevolmente condivisibile il pensiero di Iole. Ma non per Giorgio. Lui rispose che era in costante ascesa, che la casa discografica gli offriva alberghi e ristoranti gratis, che poteva cantare tutti i pezzi che finora aveva scritto davanti a tutta Italia, e che ne stava scrivendo altri. Aveva grandi progetti per la testa e non voleva certo smettere di inseguire il suo sogno per amore.
Quest’ultima frase fece rizzare Iole, che cominciò a tremare e a sudare freddo. Ma era niente in confronto a quello che pochi istanti dopo avrebbe passato, quando Giorgio, pensando di fare una cosa giusta, le disse che l’aveva tradita con Paola B.. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, e che strappò a Iole un grido nervoso e pieno di lacrime amare, tristi, disperate. Iole continuò ad urlare davanti a Giorgio e per la prima volta in vita sua, senza rendersene conto, gli uscì anche una bestemmia, cosa che non aveva mai sopportato udire. Appena riuscì a tornare in sé e a riprendere un atteggiamento umano, si rivolse a Giorgio, che fino a quel momento era rimasto zitto e marmoreo, e tra i singhiozzi gli chiese:”Giorgio, mi ami ancora?” non riuscì a dire nient’altro, perché riprese a piangere. Giorgio non rispose subito, era confuso, e anche un po’ turbato dalla crisi di nervi che Iole aveva avuto per colpa sua. Rimase in silenzio. Fino a quando non gli arrivò un sonoro ceffone, l’ultimo gesto disperato di Iole:”Rispondimi, stronzo! Mi ami ancora?”
“Non lo so.. Durante il tour ci ho riflettuto, e non ne sono più tanto sicuro - forse è meglio se per un po’ ci prendiamo una pausa...”
Dopo quelle parole Iole ricominciò ad urlare e a pronunciare frasi che a causa dei singhiozzi erano incomprensibili. Giorgio non sopportava più tutto ciò, prese la macchina e se ne andò da Sambuca. Quella fu l’ultima volta che Giorgio e Iole si parlarono.
Prendersi una pausa per un po’, per Giorgio significava addio. Questo Iole lo aveva ben capito, e la sera stessa, una fredda sera di fine autunno, se ne andò dalla loro casa di Sambuca per tornare a Pistoia, a casa dei suoi. Lasciò sul tavolo della cucina un post-it bianco, sul quale scrisse in piccolo “Addio amore, visto che non mi ami più, io non posso più stare in questa casa. Torno dai miei”.
E partì.
Giorgio era un ragazzo come tanti, niente di speciale; non un gran figo da copertina, ma di certo non brutto. Visto così, giudicando solo l’apparenza, la maggior parte delle donne l’avrebbe definito “un tipo”. Che la definizione di “un tipo” varia ancora di donna in donna, non è ancora diventato un termine oggettivo e spiegabile ufficialmente, anche se ormai è diventato un vero e proprio idiotismo per definire alla prima occhiata persone così.
Ma a Giorgio non fregava proprio niente delle apparenze, e lasciava che qualsiasi classificazione estetica a lui affibbiata gli scivolasse addosso come la schiuma del sapone al ginseng con cui si faceva la doccia ogni santo giorno.
Perché non era proprio per l’estetica che si faceva notare, essendo anche un ragazzo abbastanza timido, ma per quello che aveva dentro, per quello che sapeva dare quando conosceva una persona per lui importante.
Perché a differenza del suo aspetto superficiale, lui non lo era affatto; era grazie a questo che aveva conquistato certe ragazze; quelle che non si facevano lusingare dall’apparenza ovviamente, quelle a cui aveva dato tutto ciò che poteva dare di sé stesso, lasciando sempre un bel ricordo, anche quando le cose, per via di qualche strana legge fisica che azzerava la forza d’inerzia, finivano.
Come per la stessa legge erano finite anche per la Iole, nome strano, ma simpatico, che lei odiava, ma che il babbo le mise per ricordare la sua nonna defunta da poco.
Quand’era una ragazzina aveva detto a tutti che appena diventata maggiorenne l’avrebbe cambiato con un nome più consono al suo essere, ai suoi lineamenti da bambina e ai suoi capelli biondi. Anche perché non sopportava che si dovesse sempre mettere l’articolo davanti al suo nome. La Iole.
Però non lo cambiò mai. Come non fece mai il tatuaggio che voleva farsi a tutti i costi dopo averlo visto così scintillante sul fondoschiena della sua migliore amica. Piccolo ma certamente ad effetto. Non tanto per via dei “No!” tassativi del padre, ma perché col tempo era cambiata e aveva imparato ad apprezzare le cose più semplici della vita.
Anche perché con gli anni aveva imparato che chi rideva del suo nome era solo un coglione che non meritava il minimo fotone di considerazione sprigionato dai suoi occhi verdi; e soprattutto che non le serviva certo un tatuaggio per farsi notare, ma le bastava il suo sguardo magnetico, se voleva.
Non si conoscevano Giorgio e la Iole, uno stava nei bei colli toscani di Sambuca Pistoiese, l’altra stava in città, a Pistoia. Non troppo lontani, ma abbastanza da appartenere a due realtà diverse e incongruenti.
Giorgio aveva imparato a convivere bene con sé stesso dopo che il lavoro e le carriera di Claudia l’avevano fatta allontanare proprio mentre lui se ne stava legando più che mai. L’aveva dimenticata in fretta, apostrofando la vicenda con astratti pensieri filosofici di una freddezza glaciale a riguardo dell’amore.
Ora aveva una mezza cotta per Francesca, la cameriera del ristorante di Sambuca. Erano usciti insieme un paio di sere, dopo essersi conosciuti quasi per caso al ristorante. Si erano trovati subito bene, ci era scappata anche una “scampagnata” notturna in un castagneto poco lontano dal ristorante, ma all’indomani Giorgio ricevette un sms: “Ciao, scusa se ti mando un mex per dirtelo ma ieri sera mi sono lasciata andare e non dovevo. Ho capito solo stamattina dopo averci pensato a lungo che amo ancora Enrico e non posso lasciarlo. Nn voglio farti star male quindi è meglio per tutti e due se nn ci vediamo più. Scusa. Un bacio, ciao. Francesca.” Giorgio non rispose, non serviva, la prese come al solito con filosofia e pensò che certe cose devono andare così punto e basta.
- Ultimamente però sono proprio uno sfigato da panico - pensò dopo averla sognata la stessa sera mentre dormiva con lui e di nascosto se ne andava dal suo letto - neanche nei sogni le cose mi vanno bene...
Il pomeriggio successivo andò a fare una corsa veloce per schiarirsi le idee nel percorso di montagna vicino a casa sua. Il cielo non era dei migliori e faceva un freddo cane, essendo pieno inverno; ma a lui non fregava, sentiva il bisogno di correre. All’improvviso, come aveva profetizzato il meteo con grafica Epson che stava ascoltando il giorno prima mentre gli arrivò l’sms di Francesca, si mise a nevicare.
Così, per guardare con calma i sottili cristalli bianchi cadere dall’alto, si mise sotto ad una quercia, che aveva ancora alcune delle sue foglie secche e dorate attaccate ai rami. E nel silenzio della pace che aveva trovato in sé e nella campagna riusciva a sentire i fiocchi cadere sulle foglie della quercia, facendo un sottile e delicato rumore. Allora pensò che Mogol aveva scritto a Battisti una grandissima cazzata, e che aveva fatto successo solo perché la gente non si era mai messa ad ascoltarla, la neve. Ma solo a guardarla. Perché la neve se la ascolti fa anche lei il suo rumore quando cade, come la tristezza del resto. Ma anche come la felicità!
La neve continuò a scendere senza alcun rumore (apparente) per tutto il giorno, imbiancando i monti toscani, e Giorgio se ne andò a letto senza più pensieri.
Il mattino dopo sarebbe dovuto andare in posta per spedire finalmente un pacco importante, un CD con delle canzoni che aveva scritto e arrangiato lui; aveva finito di registrare l’ultima dopo essere tornato dalla corsa e non vedeva l’ora di spedirla al manager amico di un cantautore che una sera per caso l’aveva ascoltato mentre si esibiva al ristorante di Sambuca (unica volta dato che il pianista di pianobar che era solito andarci s’era pigliato una tendinite)e aveva deciso di dargli una spinta. Lui neanche se n’era accorto di chi sedeva li vicino a mangiare, finchè a fine serata non sentì una voce avvicinarsi e cominciare a dire “Sei prvoprvio bvravo, ma le hai scvritte te ‘ste canzoni?” ...
Quindi il mattino si svegliò di buonumore e fu ben felice quando nell’entrare in cucina per prendere il caffè vide che era spuntato un bel sole che con la neve caduta il giorno prima rendeva il paesaggio bello da mozzare il fiato. Ed era impaziente di andare in posta, anche per vedere chi avrebbe sostituito Gino, vecchio amico del padre di Giorgio, che lavorava per le poste fin da quando aveva vent’anni e adesso finalmente se ne andava in pensione.
La posta era deserta, vuoi per la neve che ancora era per strada, vuoi perché non era giorno di pensioni e di vecchiette rompipalle, vuoi perché in quella frazione di Sambuca ci staranno si e no quattro gatti.
E Giorgio nel presentarsi lì nella posta deserta con la sua busta così preziosa in mano non si aspettava di certo di trovarsi davanti ad una bella ragazza, della sua stessa età, più o meno sui 25, e lì per lì non seppe cosa dire, e preso in contropiede dallo sguardo di là dal vetro che aspettava la busta o una sua mossa, arrossì.
Recuperò così ”E così tu sei quella che prende il posto del mitico Gino.. Beh insomma mi aspettavo uno un po’ meno giovane a sostituirlo, diciamo..”
E lei sorridendo:”E invece.. ci sono io, preferivi qualcun altro?”
“No, anzi, una volta tanto le poste funzionano bene.. Ma tu non sei di qua, vero? Non ti ho mai vista..”
“Eheh, no, sono di Pistoia. Lavoravo per le poste da poco, ed è arrivata una richiesta per un posto quassù, quindi dato che ero l’ultima arrivata mi hanno chiesto se volevo andarci io, gli sfaticati. Ma io ho accettato volentieri, anzi l’avrei chiesto io se non me lo chiedevano loro...”
“Beh come mai? Dico, vabbè che Pistoia da qua son solo 30 chilometri, ma è comunque una bella rottura.. ah.. intanto ti do questa, sennò mi scordo...”
“Raccomandata con ricevuta di ritorno?”
“Si, grazie...”
“Perché avevo bisogno di staccare un po’ dalla monotonia della solita vita di pianura, perché mi piacciono queste montagne, e soprattutto perché da queste parti se mi hanno detto bene ci abita uno dei miei idoli, Francesco Guccini.. dico bene?”
“Ma non mi dire, ti piace Guccini.. pensa che.. vabbè comunque si, abita proprio qui vicino, nella frazione di Pavana..”
“Piace anche a te?”
“Di più... Pensa che l’ho conosciuto per puro caso. Io e la mia chitarra sostituivamo il pianista del ristorante di Sambuca una sera, e all’improvviso mi è saltato fuori lui, quest’omone con la erre strana, e voleva aiutarmi a far conoscere i miei pezzi... un grande! In quella busta ci sono proprio i miei pezzi che dovrebbero arrivare ad un suo amico, e poi si vedrà...”
“Quindi sei un musico anche tu, bravo bravo.. ma lo vuoi imitare in tutto e per tutto vista quella barba incolta?”
“Eheh, no, me la faccio crescere così...”
“Io credo che gli uomini si facciano crescere la barba o perché con la barba sono dei fighi pazzeschi o perché hanno qualcosa da nascondere...”
“Allora io mi nascondo dietro la mia barba, così mi sento più sicuro. Ma senti ma... come ti chiami?”
“Ah.. bella risposta furba... Comunque io mi chiamo Iole, e tu?”
“Giorgio, piacere, anche se non posso darti la mano. Ma sai che anche la mia nonna si chiamava Iole? Sei una delle poche che tiene viva la tradizione, non è più molto frequente ormai, ma mi fa sempre piacere sentirlo...”
Iole non ci credeva, Giorgio era forse la prima persona oltre ai suoi genitori che non restava stupito di quel nome su una ragazza come lei, e disse”Sai cosa facciamo adesso? Andiamo a prendere un caffè, così possiamo parlarci senza vetri di mezzo, e così mi dici anche dove sta Guccini, dato che tu lo conosci.. tanto qua non viene nessuno, e poi per 5 minuti chissenefrega!”
“Volentieri, ma nessuno sa dove sta Guccini, sennò avrebbe la casa assediata da mille persone ogni giorno...”
E andarono a prendere il loro caffè. E Parlarono. Ma non abbastanza.
Due giorni dopo, erano usciti insieme in un altro splendido pomeriggio di sole, e in un bar di Pavana, senza aspettarselo, incontrarono Guccini che comprava le sigarette...
Da quel giorno, Giorgio e Iole continuarono ad uscire insieme...
È dura la vita dello studente.
Durissima!
... Balle!
Specialmente se sei un baldo figliuolo di papà, che fa il totale mantenuto, non c’è nulla di più semplice al mondo che fare lo studente universitario.
Ma quest’ultimo (purtroppo e per fortuna) non è il mio caso. Purtroppo perché se mi venissero pagate almeno le tasse universitarie, mi risparmierei un consistente patrimonio da investire in cazzi miei; per fortuna perché non essendo mantenuto da nessuno, ho imparato a lavorare in diversi settori, e con ciò, a rendermi conto di svariate realtà. Realtà che chi fa il mantenuto non potrà mai capire, avendo solo la bocca piena di parole da seminare al vento...
Ammetto che mi piacerebbe, e non poco, avere sempre la pappa pronta e avere soldi ogni volta che chiedo. Ma non è la mia situazione. Dalla terza superiore ho sempre lavorato per avere ciò che volevo, dalle scarpe alla macchina, dal paio di jeans tanto fico all’affitto dell’appartamento dove stavo in quel di Modena.
E devo dire che sudare e farsi il culo per raggiungere i propri obbiettivi sarà si stressante, ma è anche appagante e bello. E soprattutto mi ha sempre fatto capire il valore delle cose.
Ma sarà per questo che sono finito fuori corso? Perché lavoro? Devo ammettere che dare la colpa al lavoro sarebbe fin troppo facile... e credibile, ai più.
Ma non è così.
L’essere studente apporta tutta una serie di agevolazioni, comportamenti, comprensioni: anche nella vita sociale. Una tra tutte, la frase che come nessun’altra è da me ampiamente abusata:”Devo studiare...”.
E allora ecco che ti invitano ad una serata che a te proprio non andrebbe neanche sotto tortura:”mmm, che sfiga.. Guarda verrei volentieri ma la settimana prossima ho un esame e... Devo studiare!”. E quella sera ovviamente invece che studiare esci lo stesso con altre persone o fai dell’altro... l’importante è che chi ti ha invitato non lo sappia...
E allora ecco che il mio babbo mi chiede se lo vado ad aiutare a sistemare una porta, o a potare un albero, o qualsiasi altra attività che richieda uno sforzo fisico che a me in quel momento proprio non va di fare:”Eh non posso adesso.. Devo studiare!”.
E il famigerato “Devo studiare” va bene per mille altre cose e si può infilare in mille altre frasi usate come valide scuse.
La verità nel mio caso è che quando dico “Devo studiare”, non studio. Cazzeggio, mi dedico ad altro, costruisco imponenti castelli nell’aria leggera della fantasia, pur non essendo un imprenditore edile, o un muratore. Forse è per questo che crollano.
E quando preparo un esame, mi ritrovo a studiare il malloppo più pesante di roba negli ultimi due giorni. Questo comporta ovviamente voti mediocri. Se studiassi un po’ tutti i giorni questo problema non ci sarebbe per niente.
In ultima analisi quindi è la costanza che mi manca. In tutto.
Non riesco a studiare la stessa cosa per due giorni di fila. Mi diventa pesante la monotonia di una stessa materia assunta a dosi omeopatiche giorno dopo giorno. Preferisco un’ingorda abbuffata in soli due giorni e due notti, anche se il risultato può comportare ovviamente ad un’ingestibile indigestione.
E per me è “Vivere fuori corso” proprio per questo: perché non mi limito a questo comportamento solo nello studio, ma lo riporto anche nella vita di tutti i giorni. Dopo un po’ mi stanca tutto ciò che può diventare ripetitivo, monotono, logorante.
Ma mentre in ambito universitario si è destinati a finire fuori corso in questi casi, nella vita di tutti i giorni (specialmente nei rapporti con sé stessi, che sono quelli che influiscono il più delle volte nel farci pensare e comportare in un certo modo nella società), si è sempre in tempo per tornare “in corso”. Ovviamente io, come tutti, miro a vivere in corso.
E se un giorno, che io vedo lontanissimo, forse, porterò sulla mia testa fumante una corona d’alloro festeggiando la laurea e mi divertirò a sentire la parola “Dottor” davanti al mio cognome... Dottor Bord...
Ma...
Mmm... la parola “Dottor” davanti al mio cognome non mi piace proprio. Non mi piace per niente. Tra l’altro, non ci sta neanche bene col mio cognome. No, no...
Facciamo così... ne riparliamo mentre scriverò la tesi, quando avrò una seria certezza di laurearmi... ora l’unica laurea che potrei ottenere è quella in Scienze del cazzeggio, o in Scienze dell’aperitivo (ad honorem entrambe).
Adesso vado che... Devo studiare...
Ciao Visitors!
Un mese e mezzo fa, nel post della polvere, vi avevo detto che avrei parlato del libro che stavo leggendo. Ho finito quel libro un giorno dopo aver scritto quel post; nel frattempo sono riuscito a leggerne un altro e ad iniziarne un altro ancora; ma mi sono scordato di parlarne... strano...
Però mi è venuto in mente, e quindi eccolo il libro che tanto mi è piaciuto:
"Dove vanno le iguane quando piove", di Antiniska Pozzi
Beh questo libro l'ho scoperto per caso. La scrittrice è emergente e non la conosce nessuno, ma ha scritto un libro davvero bello.
Mi ha spinto a comprarlo il fatto che fosse un giallo, dove veniva rinvenuto da una ragazza, in una Milano odierna, un cadavere sconosciuto.
E già mi immaginavo scenari da "Io uccido" di Faletti, che tanto mi aveva appassionato...
Ma niente di tutto ciò. La ragazza arriverà a scoprire di chi è il cadavere, ma come non ve lo posso dire...
Il libro è piccolo, 189 pagine che volendo si leggono tutte d'un fiato: ma nella sua piccolezza l'autrice è riuscita a racchiudere in un giallo comunque ben scritto, i problemi di noi giovani, la nostra vita, i nostri modi di fare, le nostre abitudini: ecco allora che si parla di studiare all'università e di laurearsi fuori corso; di precariato e di difficoltà ad inserirsi nel lavoro; di msn come mezzo di comunicazione; dei nostri rapporti col resto del mondo esterno... ecc ecc...
Per questo mi piace così tanto questo libro, perchè assieme ad un bel giallo c'è una fotocopia con un linguaggio giovane del nostro mondo...
Il libro inizia più o meno così (dopo qualche riga):
"Lasciatemi perdere, cristosanto. Non ho voglia di uscire. Voglio stare seduta qui, sentire la pioggia fuori che è l'unica cosa giusta del mondo, la pioggia, e strozzarmi con una fetta di questa torta che fa proprio schifo al cazzo ma la mangio lo stesso come un riflesso condizionato. Non mi frega niente dei vostri compleanni, dei pranzi e dei cortili assolati. Lasciatemi qui. Non ho niente di interessante da dirvi, non ho un bel vestito da mostrarvi.
Oggi ho solo una nota bassa e cupa che mi attraversa le mani e i piedi. Non so dissimulare. Eppure, chissà per quale strana perversione, adesso esco in cortile, gli regalo un bel sorriso rinfrancante e giochiamo tutti a "Come va? Bene, grazie, e tu?" Bene bene..."
E più di due decenni di vita dovrebbero stare dentro a quattro righe? No, leggetemi per quello che sono o che, leggendomi, posso sembrare.. e una parte di me, seppur misera, verrà fuori dalle sincere righe di un blog...
Il mio prossimo concerto: EeLST, Bologna, 10/02/10
GIORNO DELLA MEMORIA - 27/01/1945
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi
scrivetemi !!!
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